La storia di Brexit

Proviamo a raccontare Brexit dall’inizio. Cosa è successo nel Regno Unito e cosa ci aspetta se e quando la Gran Bretagna uscirà dell’Unione europea?

Il termine Brexit è l’acronimo di Britain Exit ed è utilizzato dai media per indicare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il 23 giugno 2016 i cittadini britannici hanno votato, attraverso un referendum, l’uscita o meno dell’Inghilterra dall’ UE: la schiera Leave (lasciare l’UE) ha vinto con il 51,9% dei voti contro il 48,1% dei Remain (sostenitori dell’appartenenza all’UE). Ciò ha determinato una chiusura definitiva dell’Isola verso un’istituzione mai troppo amata oltre la Manica, scarso feeling sempre sottolineato dalla mancata adesione all’Euro da parte della Gran Bretagna stessa.
Le ragioni chiave dell’uscita dell’Inghilterra dall’UE sono due:

  • In primo luogo, la riconquista della sovranità rispetto ai poteri che stavano lentamente e irreversibilmente trasferendosi a Bruxelles. I partiti e gli esponenti politici dell’UE sostengono infatti che l’influenza di Bruxelles sulle politiche del paese sia di fatto insostenibile e costi miliardi di sterline senza dare niente in cambio.
  • La seconda ragione, ora ampiamente condivisa dal Parlamento, è che gli elettori necessitano di controllare i confini inglesi o, in altre parole, di ridurre l’immigrazione europea. Essa negli ultimi anni ha toccato il picco massimo ed è tuttora in costante aumento, in coincidenza con l’allargamento dell’Unione europea. Porre alcuni limiti alla libera circolazione delle persone ridurrebbe il flusso di migranti che ogni anno sbarcano in Gran Bretagna in cerca di lavoro.

Nel 2015, durante la campagna elettorale, David Cameron promise agli elettori che se lo avessero confermato Primo Ministro avrebbe organizzato una consultazione popolare sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Cameron aveva messo in discussione alcuni vincoli imposti dall’UE su temi di politica estera ed economica. In particolare aveva negoziato alcuni punti, tra i quali:

  • l’entità dei sussidi concessi ai migranti;
  • la conferma della non adozione dell’Euro;
  • il rimborso delle somme messe a disposizione dalla Gran Bretagna per salvare gli
    stati in difficoltà;
  • l’esclusione del Regno Unito dall’impegno a collaborare attivamente per “un’Unione
    sempre più stretta” come previsto nei trattati europei.

Successivamente Cameron, dopo l’iniziale parere favorevole, ha tentato fino all’ultimo di convincere gli elettori a votare per il Remain, del resto il Governo da lui presieduto è sempre stato accusato di non aver mai preso una posizione netta e definitiva; questa ambiguità sull’argomento ha fatto perdere importanza alle indicazioni di voto suggerite e lasciato, di fatto, una sorta di libertà che è sfociata in un risultato giudicato, da molti, sorprendente.

Il 25 novembre 2018 l’Unione Europea ha convocato un Consiglio europeo straordinario, in cui i 27 leader dei rimanenti paesi dell’UE hanno approvato formalmente l’accordo sull’uscita del Regno Unito e la dichiarazione politica sulla futura relazione. Perché si raggiunga un accordo serve la maggioranza qualificata dei voti, che si misura tenendo conto della popolazione dei singoli stati: per garantire la legittimità dell’accordo, però, è possibile che i 27 leader decidano di trovare un accordo all’unanimità. Una volta ricevuta l’approvazione del Consiglio europeo, l’accordo dovrà passare alla Camera dei comuni, la camera bassa del Parlamento britannico.
Tra il gennaio-febbraio 2019, la Camera dei Comuni avrebbe dovuto approvare l’accordo su Brexit, il governo avrebbe così potuto preparare i disegni di legge per rendere effettivi gli accordi raggiunti con l’UE, tra cui la regolamentazione dei diritti dei cittadini europei che vivono nel territorio britannico, gli accordi finanziari e i dettagli del periodo di transizione. Ciò significa che il 29 marzo 2019 il trattato su Brexit doveva essere approvato dal Parlamento Europeo durante una sessione plenaria, ma gli accordi nel Parlamento britannico non sono stati raggiunti quindi il Consiglio europeo ha deciso nella notte fra il 10 e 11 aprile di concedere a Londra una nuova proroga della Brexit, facendo slittare il divorzio dal 29 marzo al 31 ottobre. La data supera abbondantemente quella delle elezioni europee, fissate dal 23 al 26 maggio, con il risultato che Londra potrebbe ritrovarsi costretta ad eleggere i suoi rappresentanti all’Eurocamera.

La premier Theresa May, succeduta a Cameron, sta facendo di tutto per raggiungere un accordo in Parlamento ed evitare il voto a maggio. Una volta formalizzata la Brexit, inizieranno le discussioni commerciali tra Unione Europea e Regno Unito per le leggi europee, infatti, fintanto che il Regno Unito rimane un membro dell’UE, non è possibile discutere nuovi accordi commerciali. Poi inizierà anche il periodo di transizione – che dovrebbe essere di 21 mesi – durante il quale alcuni degli obblighi del Regno Unito come membro dell’Unione rimarranno ancora in vigore, come l’appartenenza al mercato comune e all’unione doganale. Il Regno Unito, però, non avrà più diritto di voto in alcuna istituzione europea.
Le conseguenze della Brexit dalle analisi che provengono da più fonti concordano nel prevedere un crollo della sterlina e conseguentemente anche del mercato immobiliare, oltre all’aumento della disoccupazione; fino al 2025 i cittadini europei potranno continuare a entrare nel Regno Unito anche senza avere già un contratto di lavoro, ma potranno fermarsi per non oltre un anno. Anche gli studenti che frequentano l’università nel Regno Unito saranno meno incentivati a proseguire gli studi per i costi in aumento.
I punti su cui si sta discutendo per raggiungere un compromesso sono 3:

  • un futuro accordo di libero scambio
  • la ricerca di soluzioni tecniche e regolamentari sul confine
  • la partecipazione dell’Irlanda del Nord all’unione doganale europea.

Il governo inglese guidato da Theresa May vuole uscire dall’unione doganale comunitaria, ma vuole evitare di ricreare un “confine” tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda (stato membro della UE), come era stato fino all’Accordo del Venerdì Santo del 1998. Il backstop è una clausola che impedisce che siano imposti dei controlli sui beni che attraversano il confine tra nord e sud dell’Irlanda e che sia eretta una barriera fisica tra le due parti. Questa opzione, che dovrebbe servire ad evitare l’aumento della tensione tra i due territori, è fortemente osteggiata dai membri più conservatori del partito della May e dal Dup nordirlandese: l’accordo metterebbe a repentaglio l’integrità del Regno Unito, dato che una sua parte rimarrebbe di fatto all’interno dell’Unione europea.

Se questa è la prospettiva (migliore) immaginata dalla UE, non lo è invece per il Regno Unito, che la considera una sorta di minaccia per il proprio ordinamento costituzionale. Dopo l’ultima serie di colloqui, l’Unione Europea ha detto al primo ministro inglese che l’Irlanda del Nord deve rimanere all’interno dell’unione doganale europea – e quindi anche nel mercato unico – anche dopo che il Regno Unito avrà lasciato il blocco. Un’altra soluzione, che Theresa May ha però negato fin dall’inizio della fase dei colloqui, potrebbe prevedere che tutto il Regno Unito rimanga all’interno dell’unione doganale europea e del mercato unico.
Il Primo Ministro ha delineato le tre scelte possibili, e le relative conseguenze, che si pongono davanti al Regno Unito ad oggi:

  • Tenersi l’accordo così com’è. Il Regno Unito non ha il potere economico per negoziarne uno migliore.
  • Lasciare l’UE senza un accordo. Senza un accordo commerciale, i porti verrebbero bloccati e le compagnie aeree crollerebbero a terra. In pochissimo tempo, cibo e altri generi di prima necessità finirebbero.
  • Rinunciare alla Brexit. Durante i negoziati si è rafforzata la campagna per rimanere nell’UE, sta infatti prendendo piede un nuovo movimento per un secondo referendum sulla Brexit.

I sostenitori contano sul fatto che questa volta la maggior parte dei britannici voti per restare nell’Unione. Chi ne fa parte sostiene che gli elettori non avessero chiare, durante il primo referendum, le difficoltà economiche che la Brexit avrebbe causato. Il 10 dicembre, la Corte di giustizia europea ha stabilito che il Regno Unito può revocare la sua domanda di Brexit unilateralmente. In questo caso, nessun altro organismo dell’UE dovrebbe essere interpellato.

Noi, dopo aver approfondito le nostre conoscenze e aver compreso tutte le conseguenze negative e i problemi insorti durante la procedura, riteniamo, come sostenuto da molti, che la soluzione migliore sia indire un altro referendum consultivo, attraverso il quale probabilmente la Brexit sarebbe annullata.
Quindi essendo contro l’uscita della Gran Bretagna abbiamo voluto ricercare e riportare
alcuni pareri di importanti personaggi politici:

Il risultato elettorale è stato disastroso per i conservatori, che probabilmente resteranno al potere con un governo di minoranza, mentre il futuro politico di Theresa May è messo in discussione, il che implica un governo meno stabile. La posizione negoziale del Regno Unito esce seriamente danneggiata. In assenza di un mandato forte l’Europa può ignorare le richieste del Regno Unito. Anche la minaccia di Londra di ritirarsi dalle trattative ora sembra vacua e priva del supporto del popolo britannico

Azad Zangana, Senior European Economist di Schroders

Il rischio è che i prezzi salgano più delle attese, a causa probabilmente di una combinazione di maggiore spesa pubblica e sterlina più debole

Alix Steward, analista di Schroders

L’impulso alla crescita dell’economia britannica si sta affievolendo man mano che l’anno va avanti. La crescita delle vendite retail, i prezzi degli immobili e i redditi aggiustati all’inflazione stanno indebolendo quello che rimane di un’economia molto deteriorata

Jim Leaviss, capo del Retail Fixed Interest di M&G Investments

Sara Crotti, Rosa Bono, Giusy Lopreste, Alice Grassi, Sofia Tognazzi.
4a LSU (Liceo Scienze Umane)

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